Kerman rende l’estremo saluto a Soleimani

Kerman

Una folla oceanica oggi si è radunata a Kerman, città natale di Soleimani, per la sepoltura della salma prevista in giornata.

“Vendetta”, questo è il grido che riecheggia per le vie di Kerman, città natale del generale #Soleimani. Qui, come a Teheran, una folla oceanica si è radunata per l’ultimo saluto alla salma dell’eroe nazionale, ucciso nei giorni scorsi da un raid statunitense.

Il mito, la leggenda di un popolo che non sa perdonare, si fa ancora più temibile e incombe il suo spettro sui già difficili rapporti internazionali in Medio Oriente.

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La salma di Soleimani

La salma del generale iraniano è giunta questa mattina al suo ultimo approdo: Kerman. La città che lo ha visto nascere. E qui il dolore delle migliaia di persone, radunate in piazza, è esploso. Un unica voce, un solo grido!

Un grido che spaventa, che fa temere il peggio e che non tarderà a concretizzarsi. L’allerta è massimo e le giustificazioni di #Trump sulla necessità di uccidere colui che egli definisce un terrorista non giovano, nè sono risolutive della crisi attuale.

Minacce e controminacce

E’ un susseguirsi di minacce tra Teheran e Washington, in un clima di spasmodica tensione.

Secondo quanto riferito dal New York Times, Teheran starebbe già pensando alle possibili rappresaglie nei confronti di Washington. E, per mettere a punto la vendetta, ci sarebbe la guida suprema della Repubblica islamica: Ali Khamenei.

L’ayatollah, viene rivelato, pensa a un attacco “diretto e proporzionato contro gli interessi americani”, condotto “apertamente” dalle forze iraniane.

Ma gli interrogativi sono molti in merito alle modalità e, soprattutto, al gioco delle alleanze cui dovrebbe fare ricorso l’Iran. Ciò, ovviamente, porterebbe al coinvolgimento di altre forze, di altre potenze, pronte a scendere in campo contro il nemico odiato: l’America.

#Trump, dal canto suo, rilascia interviste giustificando il proprio operato. Secondo lui infatti il blitz contro Soleimani ha reso gli Stati Uniti “molto piu’ sicuri” e “avrebbe dovuto essere stato fatto negli ultimi 15 o 20 anni“. E ovviamente, secondo un copione a lui caro, condanna il suo predecesssore, Barack Obama, per aver designato #Soleimani come “terrorista” ma non aver poi fatto nulla per eliminarlo.

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Donald Trump

Quanto alle minacce di ritorsione da parte di Teheran, il presidente statunitense risponde: “Vedremo che risposta sarà. Se ce ne sarà mai una”.

L’appello dell’Iraq

Intanto, in una lettera indirizzata all’Onu, l’#Iraq ha chiesto al Consiglio di Sicurezza la condanna del raid statunitense, che è costato la vita al generale Soleimani e al suo vice, Abou Mehdi al Mouhandis.

L’azione è stata deprecata aspramente dall’ambasciatore iracheno alle Nazioni Unite ed è stata definita “aggressione contro il popolo e il governo dell’Iraq“. Un’aggressione che potrebbe portare a conseguenze devastanti.

La missiva, i cui toni sono palesemente forti, sollecita poi le Nazioni Unite a prendere una posizione ben precisa.

L’Onu condanni quindi coloro che commettono tali violazioni. Essi non violano solo i diritti umani ma anche il diritto internazionale, facendo prevalere la legge della giungla in seno alla comunità internazionale”.

E di giungla si può parlare negli schieramenti e nella confusione internazionale del momento, mentre cresce di ora in ora la tensione.

#IrmaSaracino