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La polizia del Myanmar apre il fuoco sulla folla

Violenta repressione della polizia birmana che spara sui manifestanti.

Due i morti, ma potrebbero essere di più, e molti i feriti. Questo il bilancio dell’azione repressiva della polizia birmana nei confronti dei manifestanti che, da settimane ormai, popolano le vie del Paese. Una folla inerme, indomita, che non indietreggia di fronte a nulla e chiede libertà.

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Le proteste

Libertà da un regime militare che per decenni ha minato una #democrazia traballante. Libertà per Aung San suu Kyi, simbolo di una lotta senza respiro, disperata, ma tenace.

E Freedom!’ é il grido che riecheggia per le vie di Yangon, per le strade e i miseri vicoli di tutte le città di questo Paese. Dicono no al Golpe militare che dal 1° febbraio ha impedito il formarsi di quel governo voluto fortemente dalla popolazione e che ha portato all’arresto di tutti i rappresentanti del partito democratico.

Un mese di #proteste, fra arresti e lacrimogeni. Ma, oggi, l’amaro bilancio.

Fuoco sulla folla

Oggi, la polizia ha cominciato ad usare proiettili veri e granate contro la folla dei manifestanti, seminando morte e sconcerto.

Il rumore assordante degli spari é rimbalzato ovunque e l’eco ha assunto i toni e i colori della disperazione.

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La repressione

Le notizie che giungono sono confuse, stante l’isolamento del Paese. Sembra infatti che il numero dei morti sia maggiore, ma preoccupa il ‘braccio di ferro’ dei militari che, malgrado l’intervento dell’Occidente, non intendono abbandonare il potere conquistato con la forza.

Anche l’ambasciatore dell’Onu del #Myanmar, Kyaw Moe Tun, é stato licenziato nei giorni scorsi per ‘aver tradito il Paese’. Tun infatti aveva rivolto alle Nazioni Unite un drammatico appello affinché intervenissero per allontanare i militari e, al termine del suo intervento, aveva sollevato tre dita della mano, in quel gesto divenuto simbolo ormai della lotta per la libertà.

Un Paese nel caos

Il Myanmar é ormai nel caos più totale e preoccupa l’irrigidirsi della posizione dei militari che, a quanto sembra, non temono le sanzioni delle Nazioni Unite, forti probabilmente dell’appoggio della Cina. Si teme il peggio.

Ma il fuoco della ribellione anima i manifestanti che non indietreggiano, decisi anche a perdere la vita, in nome di quel sogno troppo a lungo perseguito: #democrazia.

E le testimonianze si susseguono, mentre il filo conduttore é unico: continuare nella lotta.

“Se ci spingono, ci rialzeremo. Se ci attaccano, ci difenderemo. Non ci inginocchieremo mai davanti agli stivali militari ”. Queste le parole di Nyan Win Shein durante una protesta di Yangon.

#IrmaSaracino

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