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Condanna a morte per una 26enne in Pakistan

DiIrma Saracino

Gen 20, 2022
condanna a morte

Si é concluso con una condanna a morte il procedimento a carico di una giovane pakistana colpevole di blasfemia.

Dopo due anni di dibattimento ieri il tribunale di Rawalpindi ha scritto la parola fine su un copione scontato. Condanna a morte per impiccagione e, come se il defunto potesse ancora essere punito, 20 anni di prigione per Aneeqa Ateeq, una giovane di 26 anni, colpevole di #blasfemia.

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Una sentenza discutibile

 Un copione, quindi, che mette a nudo una realtà discutibile sotto ogni punto di vista, incurante dei più elementari diritti umani. La #libertà di culto, di stampa, di opinione sono infatti un miraggio in questo Paese prevalentemente musulmano che mostra i pugni alle minoranze religiose, specie quelle cristiane.

I fatti

Era il 2020 quando per Aneeqa si spalancarono le porte delle poco invitanti prigioni pakistane. La giovane , infatti, accusata di aver diffuso su Whats App vignette sul Profeta Maometto da un uomo con cui ‘messaggiava‘ da qualche tempo, fu subito fermata e tradotta nelle patrie galere.

E, da allora, ebbe inizio un procedimento ossequioso delle draconiane leggi nazionali. Leggi che non ammettono il benché minimo riferimento a personaggi considerati santi, né tantomeno al sacro Profeta.

Inutile ogni difesa da parte della giovane che si é sempre dichiarata innocente. In un Paese in cui la donna é relegata a un ruolo, a dir poco, marginale é difficile ammettere la sua innocenza.

L’uomo, infatti, probabilmente ferito perché respinto dalla ragazza, ha mosso contro di lei accuse ben precise. L’ha accusata di aver inviato caricature blasfeme di santi #profeti, di aver fatto osservazioni su “personaggi santi” su WhatsApp e di aver usato il suo account Facebook per trasmettere materiale blasfemo ad altri account. 

Così, a suo dire, “deliberatamente e intenzionalmente contamina le sacre personalità rette e ha insultato le credenze religiose dei musulmani”

La blasfemia in Pakistan

In #Pakistan le leggi contro la #blasfemia sono ferree. E le condanne a morte per questo reato sono all’ordine del giorno. Condanne che, il più delle volte, non vengono eseguite, lasciando i condannati nel buio delle carceri. Vittime spesso di violenze inusitate perpetrate dai loro carcerieri, vivono l’inferno, approdando alla morte ancor prima dell’esecuzione.

Una realtà che spaventa, quindi, e contro la quale da anni si mobilitano le varie Organizzazioni Internazionali per la salvaguardia dei diritti umani. Ma, a quanto sembra inutilmente.

In Pakistan l’intolleranza religiosa é radicata ed é facile essere accusati di #blasfemia. Solo il mese scorso un cittadino dello Sri Lanka, operaio in una fabbrica in Pakistan, è stato picchiato a morte. E il suo corpo è stato dato alle fiamme da una folla inferocita.

La causa? Aveva commesso blasfemia rimuovendo manifesti religiosi dai muri della fabbrica.

#IrmaSaracino