Elegante cittadina del canavese, Ivrea è stata testimonianza di un processo di umanizzazione delle aree industriali
Bagnata dal fiume Dora Baltea e protetta dal suo Castello Sabaudo a tre torri, Ivrea, con i suoi scorci romantici, è una città piacevole da visitare, occasione per conoscere un pezzo di storia del nostro Paese.

La sua fama, apparentemente legata alla Battaglia delle Arance del suo celebre carnevale, è soprattutto dovuta alla industrializzazione del suo territorio da parte di Camillo Olivetti, ingegnere industriale ebreo, che nel 1907 fondò la prima fabbrica di macchine da scrivere in Italia.
La sede fu una palazzina di mattoni rossi, poco lontana dal centro cittadino, ubicata nei pressi di un antico convento rinascimentale con annessa una chiesetta del 1455.
Olivetti e la sua fabbrica
Per abitare più vicino alla sua fabbrica, Olivetti acquistò anche il convento con annessa la Chiesa di San Bernardino. Il convento diventò così l’abitazione per tutta la sua famiglia. La chiesa, il suo studio privato, dove elaborò i progetti per il prototipo della prima macchina per scrivere da mettere in produzione.
Tra il 1955 e il 1958 il figlio di Camillo, Adriano Olivetti, anche lui ingegnere, che aveva ripercorso le orme del padre nella gestione dell’azienda di famiglia, fece restaurare a sue spese tutto il complesso.

Oggi, la chiesa di San Bernardino, con il convento annesso, è una perla rinascimentale situato nell’area industriale dell’Olivetti.
Il complesso di San Bernardino
Il complesso fu costruito nel 1455, in un momento di grande entusiasmo popolare per la canonizzazione del Santo che era passato ad Ivrea nel 1418.
La chiesa, a forma quadrangolare, a navata unica, presto si rivelò insufficiente per contenere tutti i fedeli che vi affluivano. Fu perciò allungata quasi del doppio, venendo a costituire una sorta di doppia chiesa divisa da una parete centrale che fu affrescata, sulla facciata verso i fedeli, da Giovanni Martini Spanzotti, punto fermo dell’arte rinascimentale in Piemonte.
Questi affreschi, che rappresentano la Storia della Vita e Passione di Cristo, sono 20 scene dispiegate attorno ad un grande riquadro centrale con la Crocifissione.
La pittura è di grande livello artistico, ti affascina, perché parla direttamente ai fedeli e trasmette con forza e immediatezza il messaggio della Vita di Cristo, senza mediazioni culturali.
Gli affreschi
Un libro illustrato sul quale i fedeli ritrovavano gli insegnamenti della loro fede, le speranze, i castighi, i premi.
Gli affreschi erano fatti in reaktà per il popolo, non per ricche committenze a cui dare lustro. Non per celebrare eventi, ma non per questo meno importanti e parimenti di grandissima arte pittorica.

Di fronte a questo capolavoro artistico non si può fare a meno di riflettere sul come questo piccolo gioiellino di campagna sia arrivato ai nostri giorni quasi integro in tutta la sua bellezza.
Grazie a Adriano Olivetti il convento divenne centro di socialità non solo di fabbrica, ma per tutta la cittadinanza che poteva partecipare a svaghi ludici ma anche a eventi culturali come corsi formativi e discussioni su argomenti vari.
Alla fine degli anni Sessanta si tennero anche corsi di Sociologia e Psicanalisi ad opera di docenti universitari.
La chiesa, ricca degli affreschi restaurati, fu adibita a sede per mostre temporanee. Tutto il complesso architettonico divenne quindi un importante punto di riferimento culturale ad Ivrea.
A un progetto industriale si aggiungeva quindi anche un progetto socioculturale con il risultato che quella che avrebbe dovuto essere solo una fredda area industriale divenne anche centro culturale proiettato verso l’attenzione al benessere cittadino.
Un metodo innovativo
Una storia all’avanguardia quella degli Olivetti che, seguendo un percorso innovativo, dagli anni 30 fino alla fine degli anni 60, rinnovarono nell’industria sia l’impianto urbano che quello sociale, sviluppando, parallelamente allo sviluppo tecnologico, anche lo sviluppo del benessere umano.
Soprattutto Adriano Olivetti, considerato agli inizi un genio visionario, fece in modo che l’attenzione non fosse soltanto sulla creazione di ricchezza e di posti di lavoro, ma, anche e soprattutto, sulla capacità di attuazione e sulla qualità di soluzioni attente al benessere dei cittadini.
Questa storia ha trasformato Ivrea da “Città Industriale” a “Città dell’Uomo”, facendola diventare Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO.
Un riconoscimento che premia un progetto sociale che ha rivoluzionato il rapporto tra imprenditore e operaio, tra fabbrica e città rendendo il fattore umano punto cardine dello sviluppo aziendale.
Un modello imprenditoriale coraggioso, un patrimonio storico, culturale, sociale ed etico da custodire.
Il complesso è oggi proprietà del FAI e resta parte integrante del comune sentire di chi ha lavorato alla Olivetti di Ivrea. Prova tangibile dell’aspetto peculiare dello “Stile Olivetti”, capacità di integrare la cultura industriale e tecnologica con quella umanistica e artistica.
Bruno Matacchieri
