Luogo di culto mariano, il Santuario di Montevergine é da secoli avvolto dalla sua storia e da numerose leggende
Posto sul monte Partenio, nell’avellinese, ad un’altezza di 1276 metri, il Santuario di Montevergine riveste un ruolo paticolare specie nella comunità LGBT. Al suo interno infatti ospita una Madonna scura di carnagione, che pare protegga da secoli gli omosessuali, in barba al rigorismo etico del cattolicesimo ufficiale.
Una Mamma insomma, definita Schiavona (ovvero straniera), sulla cui origine e provenienza gravitano numerose leggende.

Mamma Schiavona
Non si sa di preciso quando quest’icona di notevoli dimensioni abbia avuto la sua collocazione all’interno della Chiesa originaria, che ebbe la sua consacrazione nel 1126, ma sta di fatto che da secoli la devozione verso di essa degli omosessuali rappresenta un punto fermo, un unicum.
Oltre ai numerosi pellegrinaggi in loco, infatti, il 2 febbraio, giorno della Candelora, migliaia di omosessuali salgono in processione verso il Santuario.
E’ la ‘juta dei femminielli’, un sorta di Gay Pride in versione mistica, ma ugualmente festosa e arricchita dalle luci di migliaia di candele. Tutto mentre sulla montagna risuonano le musiche e i canti popolari dei tammurrari della Campania.
Insomma un mix di sacro e profano che caratterizza un po’ la devozione popolare partenopea, salvo verificare se tale rumorosità sia gradita ai destinatari di tale devozione.
La storia del Santuario
Quando, nel lontano 1126, l’eremita Guglielmo da Vercelli, animato dal sacro fuoco di predicare il Vangelo e di viverlo, si ritirò in solitudine contemplativa su questo monte, di certo non si aspettava che la sua iniziativa avrebbe avuto un’eco tale.
Ma l’uomo, da sempre, anela alla pace, soprattutto quella interiore e in molti raggiunsero Guglielmo, fino a divenire una vera comunità monastica, pronta all’accoglienza degli ultimi, degli emarginati.
Era il Medioevo, si potrebbe dire, con le sue contraddizioni, le sue superstizioni, ma anche con una miseria endemica che portava i poveri ad un cieco fideismo. Un fideismo che illuminava le loro speranze in una vita migliore, magari nell’aldilà.
E, quando questo precursore di San Francesco, morì, nel 1142, anche i potenti s’inchinarono alla sua santità.
Non si sa se nel frattempo il Santuario si fosse arrichito di questa Madonna nera, di chiara fattura bizantina, ma sta di certo che in poco tempo la Chiesa originaria si ampliò sino a diventare basilica e polo abbaziale.
Passarono i secoli tra alterne vicende e molte calamità naturali, come terremoti, ma i crolli frequenti non limitarono l’afflusso costante di pellegrini in loco, mentre fiorirono le leggende intorno ad esso.
Leggende, probabilmente, legate a quello spirito di accoglienza che caratterizzò sempre l’operato dei monaci benedettini residenti nel Santuario.
Leggende partorite dall’immaginario collettivo, ma non é da escludere che possano avere un fondo di verità.
La leggenda dei femminielli condannati a morte
Tra le tante leggende fiorite intorno a questo luogo sacro indubbiamente merita un’attenzione particolare quella relativa a due femminielli innamorati. Una leggenda risalente addirittura al 1256.
Si narra che due omosessuali fossero scoperti nel pieno delle loro effusioni amorose in quel lontano anno e che, in conseguenza dei loro atti impuri, in linea con il perbenismo imperversante, fossero esiliati e condannati a morte.
Quale la tipologia della pena? Morire legati, nudi, ad un albero per assideramento e per stenti, circondati dalla neve. La sentenza fu subito messa in pratica e i due malcapitati, debitamente denudati, furono legati insieme ad un albero sul Monte Partenio.
La morte sarebbe giunta senz’altro, tenuto conto del rigore dell’inverno in quei luoghi, se un caldo sole non avesse sciolto la neve circostante.
Indubbiamente un intervento divino salvifico, di certo attribuibile a Mamma Schiavona, che salvò così la vita ai due malcapitati e ne consentì anche l’inserimento in una società che, fino a quel momento li aveva emarginati.
Conclusioni
La leggenda, tramandata da allora dalla narrativa popolare, come risulta evidente, é radicata nel tessuto sociale di quella zona e fa sì che, almeno in questo Santuario, non vi sia nessuna forma di discriminazione di genere.
Irma Saracino
