• Lun. Apr 22nd, 2024

Konya, scrigno di tradizioni e misticismo

Konya

Nella città di Konya le radici del misticismo islamico restano ancorate alle vestigia di una terra dal glorioso passato   

In Anatolia, al centro di un’oasi verdeggiante che contrasta con l’arida steppa circostante, Konya costituisce, nel panorama delle città turche, uno dei capisaldi del sufismo islamico.

La città vanta origini antichissime, risalenti al III millennio a.C., ma fu nell’XI secolo, sotto il dominio dei Selgiuchidi, che raggiunse il suo periodo aureo che durò fino al XIII secolo. Fu infatti la capitale del sultanato, il più potente stato medievale costituito dai Turchi in Anatolia.

Tra passato e presente

Percorrendo oggi le stradine del centro storico della città, si coglie quell’atmosfera di un glorioso passato che ha accentuato nella popolazione spiccate tendenze all’autonomia e all’isolamento.

Cupola del Monastero di Mevlàna

Proseguendo per la Mevlàna Caddesi, si arriva ad un colle sulla cui cima, isolato dal resto del contesto urbano, si erge il Monastero di Mevlàna. Simbolo della città dal 1295, l’edificio è visibile da lontano per la sua cupola in ceramica verde smeraldo che si staglia, come la punta di una matita, verso un cielo terso.

La storia del Monastero

Nel 1240, il poeta e predicatore persiano Gialal ad-Din Rumi, uno dei più grandi mistici dell’Islam detto Mevlàna (Nostro Signore), invitato dal Sultano Selgiuchide, venne a Konya per predicare la sua dottrina. I suoi insegnamenti erano indirizzati verso il sufismo mistico, una disciplina di approfondimento spirituale, una dimensione esoterica della religione islamica. Ed oggi il monastero comprende diversi edifici, tra i quali il Mausoleo dove riposano le spoglie del maestro.

Tutto il complesso colpisce per la raffinatezza delle decorazioni e per la qualità dei manufatti esposti, da oggetti d’oro e d’argento a legni intagliati, da tappeti a tessuti preziosi. Ma ciò che arricchisce il museo sono soprattutto i documenti dell’epoca e i suoi scritti che testimoniano la vita, la predicazione e l’influenza mistica sui discepoli e sui fedeli del grande maestro.

Meviana

Mevlàna fu il fondatore dell’Ordine dei Dervisci Danzanti una confraternita di asceti che vivevano in povertà, distaccati dalle passioni mondane, dai beni e dalle lusinghe del mondo.

Si riunivano nei Tekkè, luoghi di raduno delle confraternite, per eseguire la loro danza. Un rituale spirituale che conserva il suo carattere religioso.

Konya
Derviscio

Durante la danza cerimoniale ciascun Derviscio compie un moto di rotazione su se stesso vorticosamente, in senso antiorario, prima lentamente e poi sempre più velocemente. Contemporaneamente compie un moto di rivoluzione attorno al Semazen, il Maestro, simulando nell’insieme la rotazione dei pianeti attorno al Sole.

Un fascino ipnotico

Ne deriva una danza ipnotica con la quale si raggiunge l’estasi mistica nell’ottica di un processo salvifico. Nonostante l’aspetto spettacolare, la danza segue una particolare liturgia simboleggiante il graduale processo che tende all’unione mistica dell’uomo con Dio.

Ogni gesto, ogni movimento segue regole rigorose ed ha un preciso significato. A mano a mano che la rotazione si fa più veloce, l’ampia veste si allarga e il Derviscio allarga le braccia. Il palmo della mano destra, verso l’alto, sta a ricevere la parola di Dio, il palmo della mano sinistra, rivolto verso la terra, a trasmetterla ai fedeli.

Lo scopo è quello di creare, mediante un esercizio interiore, un armonioso equilibrio tra il “centro di coordinazione motoria”, il “centro intellettivo” ed il “centro emozionale”.

La danza, bene immateriale dell’Umanità

Questa danza, dichiarata bene immateriale dell’Umanità dall’Unesco, viene eseguita con un abbigliamento particolare. L’ampia tunica bianca, lunga fino ai piedi, che con il movimento di rotazione si apre a campana, rappresenta il sudario dell’ego, l’ampio mantello nero, la lapide dell’ego, l’alto copricapo marrone, la pietra tombale dell’ego.

L’accompagnamento musicale, elemento fondamentale di questa danza, eseguito col Ney, il flauto di canna, simboleggia il respiro di Dio.

L’Ordine dei Dervisci, pur avendo avuto nel Medio Evo un ruolo centrale nella vita sociale, politica e religiosa, fu sciolto nel 1929 da Ataturk e il complesso monastico fu trasformato in museo. I Mevlevi però riuscirono a sopravvivere e a continuare, in clandestinità, ad usare la loro danza tipica nei riti religiosi, solo nei piccoli villaggi della campagna turca.

La danza attuale dei Dervisci

Nel 1954 il governo turco concesse la pratica della danza roteante, solo sotto forma di spettacolo per turisti, limitata al periodo del Festival dei Dervisci Rotanti che si tiene a Konya ogni anno a dicembre.

La danza veniva quindi snaturata di quello spirito religioso che la contraddistingueva.

Oggi, solo lo spettacolo

Oggigiorno, anche in altri periodi dell’anno, è possibile assistere allo spettacolo turistico rappresentato da ballerini professionisti che nulla hanno a che fare con il misticismo originario. Ma la Danza dei Dervisci Roteanti, quella vera, ricca di preghiera e di messaggio divino, resiste ancora in quei luoghi remoti della Turchia, poco controllati da una politica cieca ed insensibile. Ed é tra essi che l’esigenza di un misticismo è ancora forte e capace di tenere viva una tradizione che è patrimonio dell’intera umanità.

#BrunoMatacchieri

Di Bruno Matacchieri

medico psichiatra, scrittore, esperto di opera lirica