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Canto V dell’Inferno, amore e dannazione

La storia di Paolo e Francesca, nel canto V dell’inferno dantesco, é un lembo di vita umana. Tante le fragilità, ma nessun giudizio o condanna da parte di Dante

Uno dei casi più noti alle cronache duecentesche ( protagonista del canto V dell’inferno dantesco) fu senz’altro la tragica morte di Paolo e Francesca, i due amanti adulteri, sorpresi in atteggiamenti intimi dal marito di lei, Giangiotto Malatesta. Uomo rozzo e volgare, fratello di #Paolo, che non esitò a uccidere i due giovani, legittimando l’omicidio con giustificazioni di carattere etico-passionale.

Un caso che destò larga eco tra i benpensanti dell’epoca, forse dimentichi dei costumi non certo morigerati delle famiglie altolocate. Presso queste infatti l’adulterio si consumava con notevole frequenza, coperto da una coltre di omertoso silenzio.

Ma I maligni sostengono che in realtà Giangiotto volesse sbarazzarsi della bella #Francesca, molto più giovane di lui, sposata per interesse. Il motivo? Convolare a nuove nozze, molto più vantaggiose.

Comunque siano andati i fatti l’opinione pubblica fu colpita dalla drammaticità dell’evento e, come di consueto in questi casi, si divise tra innocentisti e colpevolisti.

Una storia resa immortale

Una vicenda che probabilmente sarebbe passata nell’oblio se non fosse stata resa immortale dal genio di Dante, già recidivo cantore dell’amore.

canto V
Dante Alighieri

Ma l’amore in Dante e per Dante non ha più quel valore salvifico di sapore stilnovista che aveva caratterizzato la sua produzione giovanile. Nel canto V dell’ #Inferno infatti l’amore è passione fisica, tormento, dannazione.

Una sublimazione quindi della fisicità che si accompagna a una dipendenza totale dall’altro. E, in questo canto, Dante incontra i protagonisti di amori celebri, condotti alla morte proprio dalla loro insana passione.

Tra essi però spiccano due anime, spinte dalla bufera infernale, insieme, perché legati per l’eternità.

Li chiama, vuol sapere chi siano e, addirittura li paragona a due colombe ( un’ enormità per il luogo in cui si trovano)

Francesca

A parlare è lei, la colpevole o la vittima della vicenda: #Francesca. Paolo invece tacerà per  tutto il tempo, unendo il pianto alle parole della sua amata.

Le parole sgorgano nella fluidità dei versi danteschi divenendo non solo poesia, ma vita, sentimento. E l’amore viene stigmatizzato nelle terzine rese immortali dal tempo stesso:

  1. Amor 40, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
  2. prese costui de la bella persona
  3. che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.
  4. Amor, ch’a nullo amato amar perdona 41,
  5. mi prese del costui piacer sì forte 42,
  6. che, come vedi, ancor non m’abbandona.
  7. Amor condusse noi ad una morte.
  8. Caina 43 attende chi a vita ci spense 44

Pudore, misto a fisicità prorompente, trasudano dalle parole di  #Francesca, che ama, si danna nell’inferno dantesco, così come nell’inferno della sua breve vita.

canto V
Inferno

Non c’è pentimento perché i dannati vivono ancora la dimensione terrena, ma c’è il rimpianto di quelle sensazioni fisiche che colmavano il vuoto delle sue giornate.

Dante

Dante ascolta taciturno. E’ preda di una commozione profonda, si compenetra nel sentimento dei due amanti. Non li giudica, né tantomeno li condanna. Perché l’amore travalica ogni confine, anche quello della vita o della dannazione perenne. E Dante lo sa bene.

Passionale, irruento,  l’uomo supera il poeta e diviene curioso. Vuol sapere i dettagli. Vuol sapere come nacque il loro amore.

Galeotto fu il libro

Ma l’occasione, la circostanza che portò i due giovani alla consapevolezza della loro fatale attrazione fu la lettura di un libro ‘galeotto’. La storia dell’amore tra Lancillotto e Ginevra.

canto V
La lettura galeotta

Fu un esplosione di sentimenti e da quel giorno i due amanti non lessero più.

Fu l’inizio o la fine per loro e, a questo punto, Francesca tace, allontanandosi.

Dante è sconvolto e sviene.

Una scrittura immortale

Impossibile commentare o interpretare questo canto che esula dalle coercizioni etico-religiose del Medioevo. Sarebbe riduttivo. Va vissuto, osservato, sentito.

In esso infatti l’Alighieri sfida il tempo e l’etica stessa per farsi tentazione, dannazione stessa, vita, morte, in una parola ‘umano’.

E le debolezze o le colpe dell’uomo, al di là di ogni retorica, entrano così nello spazio sovratemporale dell’ immortalità.

#IrmaSaracino

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