Un gioiello del Rinascimento italiano, la Cappella Bakòcz, nel cuore dell’Ungheria
All’interno della monumentale Basilica di Nostra Signora e di San Adalberto di Esztergom, in Ungheria, si incontra un ambiente sorprendente per dimensioni e antichità, la Cappella Bakócz, uno dei più importanti monumenti del Rinascimento italiano fuori d’Italia.
La cappella fu fatta costruire tra il 1506 e il 1507 dal cardinale Tamás Bakócz, allora arcivescovo di Esztergom e primate d’Ungheria, come cappella funeraria personale e come luogo dedicato alla Vergine Maria. L’altare, invece, fu completato nel 1519.

La sua particolarità sta innanzitutto nella concezione architettonica. La pianta a croce greca, la centralità dello spazio e l’uso delle proporzioni rinascimentali richiamano direttamente la tradizione fiorentina.
Gli studi più recenti hanno individuato come architetto Jacopo di Biagio di Camicia, artista fiorentino presente in Ungheria, mentre il magnifico altare in marmo bianco fu realizzato dallo scultore fiorentino Andrea Ferrucci e arrivò a Esztergom nel 1519. Al progetto parteciparono inoltre altri maestri italiani, tra cui Domenico Baccelli e Giovanni Fiorentino.
È dunque uno straordinario esempio di come la cultura artistica italiana fosse arrivata fino alla corte e all’aristocrazia ecclesiastica dell’Ungheria all’inizio del Cinquecento.
La cappella si inserisce nella grande stagione del Rinascimento ungherese iniziata già sotto il re Mattia Corvino, quando architetti, scultori e umanisti italiani erano stati chiamati a lavorare a Buda e nelle principali sedi del regno. E rappresenta uno dei risultati più compiuti di questa contaminazione culturale: una costruzione profondamente italiana nella concezione, ma realizzata con materiali e tradizioni locali.
Il prezioso “marmo” rosso di Süttő
Uno degli aspetti più affascinanti è il materiale che riveste quasi interamente la cappella: il celebre marmo rosso di Süttő. Tecnicamente, però, non si tratta di un vero marmo, bensì di una pietra calcarea rossastra, estratta nelle cave della regione di Süttő, nei pressi di Esztergom.
È un materiale utilizzato in Ungheria già dal XII secolo e particolarmente apprezzato per il suo colore intenso e per l’effetto monumentale che produce.
La scelta di Bakócz è significativa. Mentre molte architetture fiorentine contemporanee combinavano pareti chiare e pietra grigia, la cappella di Esztergom è quasi interamente costruita in questa pietra rossa.
Il colore, associato alla tradizione monumentale e all’idea dell’antico e dell’imperiale, conferisce all’ambiente un carattere solenne, particolarmente adatto a una cappella funeraria. Il contrasto con il bianco dell’altare di Ferrucci inoltre rende ancora più spettacolare l’interno.

Una cappella smontata e ricostruita
La storia della cappella è ancora più straordinaria perché l’edificio che vediamo oggi non si trova nella sua posizione originaria. La Cappella Bakócz apparteneva infatti all’antica cattedrale di San Adalberto, precedente all’attuale Basilica. Cattedrale che fu gravemente danneggiata durante le guerre contro gli Ottomani e, nel corso dei secoli, finì in rovina.
Quando nell’Ottocento si decise di costruire la nuova grande basilica neoclassica di Esztergom, l’architetto János Packh ebbe l’idea di salvare la cappella rinascimentale.
Nel 1823 la cappella venne quindi smontata con un’operazione che oggi appare quasi incredibile: fu ridotta a circa 1.600 elementi, numerati e successivamente ricomposti all’interno della nuova basilica.
Nel rimontaggio fu anche modificato il suo orientamento e la cappella perse la facciata nella sua configurazione originaria.
Ciò che oggi vediamo è dunque, nello stesso tempo, un autentico monumento rinascimentale e il risultato di una straordinaria operazione ottocentesca di conservazione. È proprio questa vicenda che ha permesso alla cappella di sopravvivere mentre gran parte dell’antica cattedrale scompariva. Oggi è considerata l’unico monumento rinascimentale integro di questo tipo rimasto in Ungheria.
Il cardinale Tamás Bakócz
Al centro di tutta questa storia c’è la figura di Tamás Bakócz (circa 1442–1521), uno dei personaggi più potenti dell’Ungheria tra Quattrocento e Cinquecento.
Di origine non nobile, Bakócz compì una straordinaria ascesa politica ed ecclesiastica. Fu consigliere del re Mattia Corvino, vescovo di Eger, nel 1497 divenne arcivescovo di Esztergom e nel 1500 fu nominato cardinale.
Nel 1507 ricevette inoltre il titolo di patriarca latino di Costantinopoli. La sua influenza non era soltanto religiosa. Bakócz fu una figura di primo piano nella politica del regno e nei rapporti internazionali dell’Ungheria.
La sua posizione lo mise in contatto diretto con Roma, Venezia e le principali corti europee, e il suo modo di rappresentare il proprio potere risentiva fortemente della cultura del Rinascimento italiano.
La Cappella di Esztergom dunque può essere letta proprio come una sorta di manifesto della sua autorità, della sua cultura e delle sue ambizioni.
Il culmine della sua carriera arrivò nel 1513, quando partecipò al conclave dopo la morte di Giulio II.
Bakócz era un candidato serio al soglio pontificio: nella prima votazione ottenne otto voti, ma il conclave elesse infine Giovanni de’ Medici, che prese il nome di Leone X.
Conclusioni
La Cappella Bakócz rimane quindi molto più di una semplice cappella funeraria. È la testimonianza concreta dell’incontro fra la cultura rinascimentale italiana e la grande tradizione ecclesiastica e politica dell’Ungheria all’inizio del XVI secolo.
E il fatto che questo piccolo edificio sia stato smontato pietra dopo pietra e ricostruito all’interno della gigantesca basilica ottocentesca rende ancora più sorprendente la sua sopravvivenza: un piccolo frammento del Rinascimento italiano, arrivato fino a noi quasi miracolosamente nel cuore dell’Europa centrale.
Bruno Matacchieri
