Il Museo Accorsi- Ometto di Torino stupisce i visitatori e li proietta nella favola, nell’apoteosi del bello
Ci sono musei nei quali si entra per vedere delle opere d’arte e altri nei quali, quasi senza accorgersene, si entra dentro una storia. Il Museo Accorsi-Ometto di Torino appartiene certamente a questa seconda categoria.
Uno scrigno di tesori e di bellezza
Varcata la soglia dello storico palazzo di via Po, non si ha l’impressione di attraversare le sale di un museo tradizionale, ma di entrare in una grande casa aristocratica del Settecento, dove mobili preziosi, dipinti, porcellane, arazzi, cristalli e oggetti d’arte sembrano essere ancora al loro posto, come se il tempo si fosse improvvisamente fermato.
Ma dietro questa straordinaria raccolta c’è soprattutto la vicenda di un uomo, Pietro Accorsi, che fece dell’amore per il bello la ragione della propria esistenza.

Pietro Accorsi
Nato a Torino nel 1891, in una famiglia di modeste condizioni, Accorsi iniziò giovanissimo la sua avventura nel mondo dell’antiquariato.
A soli diciotto anni, grazie a un prestito, cominciò a comprare e vendere oggetti d’arte, affidandosi a un intuito fuori dal comune e a una capacità quasi infallibile di riconoscere il valore di ciò che aveva davanti agli occhi.
La sua storia ha quasi il sapore di una favola. I suoi genitori erano portinai proprio nel palazzo di via Po che sarebbe diventato, molti anni dopo, il cuore della sua vita e della sua collezione.
Accorsi, divenuto ormai un antiquario celebre e affermato, acquistò progressivamente parti dell’edificio e nel 1956 ne divenne proprietario. Quello stesso luogo nel quale aveva conosciuto da ragazzo una vita semplice sarebbe diventato la sua abitazione, la sua galleria e infine il luogo destinato a custodire la memoria della sua straordinaria avventura.
Una vita per l’Arte
Per settant’anni Accorsi viaggiò, acquistò, trattò e ricercò senza sosta. Partecipò ad aste, entrò in contatto con grandi collezionisti, recuperò arredi dispersi e riuscì persino a ricostruire complessi decorativi smembrati. Fu consulente di importanti musei e collezionisti italiani e stranieri e protagonista di alcune delle più importanti vicende dell’antiquariato italiano del Novecento.
Celebre è la vicenda della Collezione Trivulzio di Milano, dalla quale, grazie alla sua abilità nelle trattative, Torino riuscì comunque a ottenere opere straordinarie come il “Ritratto d’Uomo” (Ritratto Trivulzio)di Antonello da Messina, attualmente esposto al Museo Civico di Arte Antica di Palazzo Madama a Torino.
La sua collezione nacque dunque non dalla semplice accumulazione, ma da una vita intera trascorsa a inseguire il bello. Lo stesso Accorsi amava dire: «Se potessimo rimettere insieme tutto ciò che mi è passato per le mani, non basterebbe Piazza Vittorio a contenerlo».
Giulio Ometto
Accanto a lui, negli ultimi decenni della sua vita, compare la figura altrettanto importante di Giulio Ometto. Nato nel 1942 a Legnago e trasferitosi poi a Bra e a Torino, Ometto aveva ricevuto una formazione tecnica, ma coltivava fin da giovane una passione divorante per l’arte, tanto da trascorrere intere giornate nei musei.
L’incontro con Accorsi, negli anni Settanta, cambiò la sua vita. Divenne prima collaboratore e allievo dell’antiquario, poi proprietario della sua galleria nel 1978 e, infine, il naturale erede della sua visione. Accorsi aveva intuito in Ometto l’uomo capace di raccogliere la sua eredità.
Nel testamento gli affidò infatti il compito di trasformare quella sterminata raccolta in qualcosa che potesse appartenere alla città. E Ometto dedicò a questo progetto gli anni successivi alla morte di Accorsi, avvenuta nel 1982.
Restaurò con grande attenzione il palazzo, organizzò gli ambienti e diede finalmente vita, nel dicembre del 1999, al Museo di Arti Decorative. Ma Ometto non fu soltanto il custode della memoria di Accorsi.
Continuò il suo lavoro, organizzando mostre, effettuando nuove acquisizioni e completando le collezioni.
Alla sua morte, nel 2019, anche la sua raccolta personale confluì nel museo, suggellando definitivamente il legame fra i due uomini. Ed è proprio entrando nelle sale che si comprende davvero la grandezza del loro progetto.
La perfezione degli spazialità
Sono venticinque ambienti nei quali quasi tremila oggetti dialogano fra loro e ricreano, con un sorprendente effetto teatrale, l’atmosfera delle grandi dimore settecentesche.
Il Salotto Tartaruga, con le sue pareti rivestite da pannelli dorati e smerigliati, introduce il visitatore in un universo di raffinata eleganza. Il Salone Cinese, con i preziosi pannelli in carta di riso provenienti dalla Cina, sembra aprire improvvisamente una finestra su un Oriente immaginato dalla cultura aristocratica europea.
Nella Camera da letto, in stile veneziano, mobili dipinti, sete, ricami e opere pittoriche ricostruiscono l’intimità fastosa delle dimore nobiliari.

Di Ambra75 – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=88545341
Ma è forse nel Salone Piffetti che la visita raggiunge il suo momento più emozionante. Qui si trova il celeberrimo “doppio corpo”realizzato da Pietro Piffetti nel 1738, capolavoro dell’ebanisteria piemontese del Settecento e universalmente definito dalla critica “il mobile più bello del mondo”.
Davanti a questo mobile si comprende quanto possa essere riduttivo parlare semplicemente di arredamento. Il legno, gli intarsi, l’avorio, la madreperla, le superfici preziose e la straordinaria complessità delle decorazioni trasformano un oggetto destinato alla vita quotidiana in una vera opera d’arte.
La materia sembra perdere il proprio peso e diventare luce, movimento, fantasia. È difficile non fermarsi qualche istante in più davanti a quel capolavoro.
Lo si osserva da vicino, cercando di seguire con gli occhi l’infinità dei dettagli, e poi ci si allontana per coglierne l’insieme. La sensazione è quasi quella di trovarsi davanti a qualcosa che non appartiene più al mondo dell’arredamento, ma a quello della scultura e della pittura.
È il trionfo di un’epoca nella quale l’arte poteva ancora insinuarsi in ogni oggetto della vita quotidiana e trasformarlo in meraviglia.
La magia del Museo Accorsi-Ometto
E forse è proprio questa la magia del Museo Accorsi-Ometto: non si limita a mostrare il bello, ma riesce a farlo vivere.
Per qualche ora il visitatore può immaginare di essere ospite di una sontuosa dimora torinese del Settecento, circondato da mobili, porcellane, arazzi e dipinti che raccontano un mondo scomparso.
Alla fine della visita si comprende allora il vero significato del sogno di Pietro Accorsi. Egli non volle semplicemente conservare ciò che aveva raccolto in una vita intera. Voleva che quel patrimonio continuasse a parlare, che il pubblico potesse emozionarsi davanti agli oggetti da lui tanto amati e che Torino potesse ricevere, come un dono, quella straordinaria testimonianza di arte e di bellezza. Un sogno che Giulio Ometto seppe raccogliere e trasformare in realtà.
E uscendo nuovamente in via Po, dopo aver lasciato alle spalle quelle sale sontuose, resta forse proprio questa impressione: di aver incontrato non soltanto una collezione, ma la storia di una vita interamente dedicata alla ricerca del bello.
Bruno Matacchieri
