Un viaggio a Satriano, tra colori, tradizioni e leggende, alla scoperta dell’anima più autentica della Lucania.
Visitare Satriano di Lucania, in provincia di Potenza, significa lasciarsi sorprendere da un borgo che ha saputo trasformare le proprie strade in una grande galleria d’arte a cielo aperto.
Passeggiando tra i vicoli del centro storico, lo sguardo viene continuamente catturato dai murales che decorano le facciate delle case. Immagini colorate che non sono soltanto belle da vedere, ma raccontano la vita, le tradizioni e la memoria di una comunità.

Origini dei murales
La parola “murales” pare prettamente di origine spagnola. È un dipinto realizzato su una parete, un soffitto o altra larga superficie permanente in muratura.
Nel tempo queste attività si sono tradotte in un movimento politico detto del muralismo, nato in Messico dopo la rivoluzione messicana del 1910. Un movimento che negli anni continua a produrre opere monumentali destinate al popolo, dove vengono dipinte lotte sociali e sentimenti nazionalisti.
La rinascita di un paese
Questa forma d’arte, nata a Satriano negli anni Ottanta, come segno di rinascita dopo il terremoto del 1980, ha restituito colore e vitalità al paese, trasformando i muri in pagine di un libro tutto da leggere.
I murales di Satriano di Lucania, conosciuta come la “capitale dei murales del Mezzogiorno”, rappresentano infatti la cultura e le tradizioni moderne e passate del piccolo borgo medievale.
Satriano ha avuto il merito di tirar fuori la sua anima e la sua storia guardando all’arte di strada. Ha trovato un modo originale per non dimenticare il proprio passato e per trasmetterlo a chi arriva da fuori.
La memoria di un popolo
I Murales raccontano storia, tradizioni, maschere e soprattutto leggende popolari. Si dà anche spazio ai temi dell’emigrazione di tanti satrianesi e lucani partiti nel secolo scorso da Napoli, sui piroscafi, alla volta del Nuovo Mondo.
Sono immagini che parlano di fatica, nostalgia e appartenenza, sentimenti che non appartengono soltanto al passato, ma che continuano a toccare anche la nostra sensibilità. E poi un passaggio dai versi del sindaco poeta Rocco Scotellaro,” Ho perduto la schiavitù contadina, non mi farò più un bicchiere contento. Ho perduto la mia libertà…”.
Un perfetto connubio tra la Street Art contemporanea e la testimonianza storica della civiltà contadina espressa dal poeta di Tricarico.
Una sezione tematica celebra costantemente l’identità del suo cittadino storico più illustre, il pittore seicentesco Giovanni De Gregorio detto il “Pietrafesa”. Il nome deriva proprio dal nome originale che il borgo ha avuto sino al 1886, Pietrafesa (pietra spaccata).
Successivamente il borgo ha acquisito il toponimo di Satriano per rafforzare il legame storico con Satrianum, l’antica cittadina poco distante di cui oggi rimangono soltanto i ruderi e la Torre.
Il Rumita, simbolo del legame con la natura
Già all’ingresso dell’abitato, su una scaletta, si trovano gli occhi tra il fogliame…quelli del Rumita, l’eremita. L’uomo-vegetale ricoperto di edera, che vive in povertà nel bosco, in completa simbiosi con la natura.
Durante il carnevale, scende dal bosco verso il paese, silenzioso e misterioso, sfiorando le porte delle case con un bastone di rami di pungitopo per ricevere piccoli doni. Stabilisce così contatti umani interagendo sempre in modo silenzioso.
È una figura che fa riflettere sul legame profondo tra l’uomo e la natura, un rapporto antico che oggi rischiamo spesso di dimenticare.
Il Moccio degli Abbamonte: una leggenda inquietante
Ma i murales non raccontano soltanto tradizioni gioiose. Alcuni ci conducono in un mondo di credenze popolari e storie inquietanti.
È il caso della leggenda del “Moccio degli Abbamonte”, il bambino che, secondo il racconto popolare di Aurelio Zuroli, sarebbe stato creato con sangue e farina da una coppia di Satriano, gli Abbamonte, che non poteva avere figli.
Il bambino crebbe irrequieto e impossibile da gestire tanto che i genitori arrivarono a rinchiuderlo in una stanza. Riuscito a scappare, i genitori, esasperati e intimoriti, decisero di murarlo vivo all’interno della abitazione.
La leggenda popolare tramanda che la stanza in cui fu compiuto il gesto non sia mai più stata ritrovata e che il fantasma o l’ombra di Moccio continui a vagare nella memoria collettiva del borgo.
Una storia cupa, che lascia spazio all’immaginazione e ci ricorda quanto le leggende, anche quelle più terribili, continuino ad abitare la memoria dei piccoli borghi.
La Regina Giovanna e l’antica Satrianum
Un altro racconto ci porta ancora più indietro nel tempo, all’antica città medievale di Satrianum. Secondo la tradizione orale lucana, la totale distruzione dell’antico insediamento fortificato di Satrianum, avvenuta storicamente tra il 1420 e il 1430, fu causata proprio dalla furia vendicativa della Regina Giovanna.
La regina è spesso identificata popolarmente come “Giovanna la Pazza”, ma storicamente associata a Giovanna II d’Angiò-Durazzo, regina di Napoli nel XV secolo.
Si narra che la sovrana si fosse perdutamente invaghita di un giovane e bellissimo nobile del posto, ma che quest’ultimo l’avesse rifiutata poiché innamorato della sua dama di compagnia. Offesa dal diniego e accecata dalla gelosia, la regina ordinò alle sue truppe di radere al suolo l’intera città.
È una vicenda in cui amore, gelosia e vendetta si intrecciano, trasformando la storia in leggenda. Davanti a questi racconti, viene spontaneo chiedersi quanto la fantasia popolare abbia contribuito, nel corso dei secoli, a dare significato a eventi che altrimenti sarebbero rimasti lontani e misteriosi.

Un’arte che parla al cuore
Camminando per Satriano, si ha l’impressione che ogni muro abbia qualcosa da raccontare e che dietro ogni immagine ci sia il desiderio di salvare dall’oblio un frammento di vita. È questo, forse, l’aspetto più interessante del paese.
L’arte così non è qualcosa da ammirare soltanto in un museo, ma entra nella quotidianità, accompagna il visitatore e gli offre l’occasione di conoscere più da vicino l’anima del luogo.
«Qui i piccoli giocano ancora per strada…»
E poi c’è una frase che colpisce per la sua semplicità e per il significato che racchiude. All’ingresso del paese, un cartello invita automobilisti e motociclisti a prestare attenzione, ricordando che «qui i piccoli giocano ancora per strada…». Poche parole che fanno sorridere, ma che invitano anche a riflettere.
In un mondo dove tutto corre e i rapporti umani sembrano diventare sempre più frettolosi, quel messaggio evoca un modo di vivere più semplice, in cui i bambini possono ancora giocare liberamente e la strada è uno spazio di incontro e condivisione.
Un borgo che custodisce le proprie radici
Satriano di Lucania lascia così l’immagine di un borgo capace di guardare al futuro senza rinnegare le proprie radici. I suoi murales non sono soltanto decorazioni, sono ricordi, racconti, emozioni e testimonianze di un’identità che continua a vivere.
E forse è proprio questo il valore più grande di una visita, tornare a casa non soltanto con il ricordo di tante immagini colorate, ma con la sensazione di aver incontrato attraverso l’arte, una comunità e la sua storia.
Bruno Matacchieri
Articolo non redatto con l’ausilio dell’AI
