Voci, sospiri , ricordi che sanno d’infanzia, nelle liriche di Teresa Tropiano. Una poetessa che canta la sua terra, l’amore, la guerra
C’é tutto l’amore per la sua terra nelle liriche di Teresa Tropiano. Un amore che diviene canto, sussurro, respiro di quella Monopoli baciata dal sole, dal mare e illuminata dal rosso di tramonti che evocano paradisi perduti. Voci, quasi bisbigli, sussurrati anche nella penombra di quei vicoli perduti nella storia, intrisi di nostalgia. Capaci di evocare ricordi, momenti dell’infanzia.

Ricordi che si fanno narrazione, persa nel tempo della memoria, tramutandosi nel canto nostalgico di un cigno dolente. Velato dai colori del passato.
Le sue radici
Teresa ha in sé quelle radici che evocano una realtà contadina, capace di percepire gli effluvi e l’incanto di una natura ancora incontaminata, vestita dei colori dell’Immenso. Di quel Divino che solo sa parlare ai poeti, narrando loro storie perdute di un’umanità che ha tanto bisogno d’amore.
Ed anche quando parla di guerra, di libertà, lo fa con voce che diviene quasi sussurro, nenia. In un crescendo, a volte cantilenante, emergono così le voci del cuore e i fantasmi, le immagini di un passato, radicato nella sua identità.
La nostra poetessa, autrice peraltro di diverse sillogi poetiche, pubblicate con successo, reca in sé quello sguardo quasi pascoliano del ‘fanciullino’. Un fanciullino pronto a destarsi di fronte alla bellezza, della natura, ma vigile anche nel lanciare agli altri il messaggio di quell’amore che sembra perduto in questa umanità allo sbando.
Quell’amore che ci parla di intimità familiare, di calore di un ‘nido’ che non é solo rifugio, ma é vita, certezza del passato e del presente. Speranza di un futuro migliore.
C’é ancora spazio per le fiabe
La vita, così, può essere fiaba, se si sa cogliere l’essenza delle cose. Ed é in questa luce che Teresa propone una narrazione favolistica anche ai delusi, ai dimenticati. O a coloro che hanno dimenticato.
PANE E LIBERTÀ
Era il tempo della faccetta nera
E delle truppe
Del braccio armato,
di uomini spietati
col livore sul volto emaciato.
Avevan verghe lunghe tra le mani
Per picchiare i riottosi insorti
E marciavan sui corpi esangui
Dei compagni morti.
Del fascio littorio
Si fregiò Roma
E gagliarda e potente
Di nero si tinse.
Sfilarono cortei funesti,
armati di ferro e bombe
e le città del sole si rabbuiarono.
Caddero arcobaleni in mare
E fiumi di sangue e sudore
Nella terra mia scorrevano.
Era il tempo del freddo al cuore,
della fame dei poveri
e dei crampi di dolore
nella pancia di contadini
e zappatori,
sfuggiti alle retate del fascio.
Operai nelle fabbriche occupate,
con zaino in spalla
e tozzo di pane secco in tasca
portavano a tracolla
una borraccia d’acqua
per lavare il sangue dei feriti.
Padri della verità, delle lotte,
uniti dal destino dei fratelli
con le famiglie
arrotolate nei carri
e nei fardelli,
neonati in fasce
tra le braccia coraggiose
di madri digiune
e giovani puerpere avvilite.
Era il tempo del caldo nelle vene,
dei fuggiaschi e dei ribelli,
delle insurrezioni dei sindacati,
degli scioperi ad oltranza
e dei morti ammazzati.
Non cantavano più usignoli ma spari dei fucili fascisti
Contro le folle dei manifestanti
Invadevano il cielo.
Era il tempo dei valori umani,
dei diritti dei lavoratori,
delle fabbriche chiuse,
della conquista della dignità
nella rossa primavera
di maggio,
con in petto un garofano
e in un pugno il coraggio
per una manciata di libertà!
Teresa Tropiano