Forma di lotta brasiliana, la Capoeira ha plasmato le menti e i corpi degli schiavi afrobrasiliani alla resistenza
La Capoeira è un’arte marziale che mescola elementi di lotta, gioco e danza espressa con la musica e armonia di movimenti e si sviluppò oltre quattro secoli fa, tra gli schiavi africani deportati in Brasile.
Capoeira, l’identità di un popolo
Si tratta di una sintesi tra lotta, acrobazie, canti, musica e danza utilizzando tecniche di attacco e difesa con calci, prese e schive.
Per gli schiavi afrobrasiliani la Capoeira è stata un’ancora di salvezza, un modo per preservare la propria identità e sopravvivere fisicamente alla violenza degli schiavisti portoghesi. Gli schiavi infatti si allenavano nel combattimento in un contesto di continuo controllo.
Ma, per non insospettire i loro padroni, idearono una lotta dissimulata con la danza, che non appariva minacciosa ma solo acrobatica.
La Capoeira è quindi una forma di resistenza opportunistica che, sfruttando i pregiudizi e i preconcetti nei confronti degli schiavi, insegnava loro ad allenarsi e a combattere per riconquistare la libertà.

Le origini
Le sue origini vanno ricercate in una mescolanza di lotta e danza di alcune tribù africane del Mozambico, Congo, Angola e Guinea, già colonie dei portoghesi prima della deportazione in Brasile.
Era una forma sovversiva di cambiamento. Caratterizzata da movimenti fluidi, si affidava alla forza e alla resistenza per eseguire mosse che sembravano al rallentatore.
Questi attacchi rapidi e improvvisi disorientavano e ingannavano gli avversari che, ignari, soccombevano.
Sviluppatosi inizialmente a Bahia, si è poi diffusa in altri contesti urbani, soprattutto a Rio, dove gli schiavi svilupparono questa forma sediziosa di combattimento per affermare la propria autonomia dai padroni.
I divieti successivi
Nel 1814 la pratica di questa danza-lotta fu vietata agli schiavi insieme ad altre forme culturali soprattutto per impedirne l’aggregazione.
Dopo il 1888, anno della abolizione della schiavitù, la Capoeira si è diffusa anche tra gli afrobrasiliani liberati e nati liberi. Questi non ebbero modo di integrarsi facilmente nel tessuto socioeconomico e utilizzarono questa pratica come strumento di autodifesa e di organizzazione sociale fuori dal controllo della classe dirigente.
Per sopravvivere, molti di loro fecero ricorso alla Capoeira negli scontri tra bande o con la polizia tanto che questa pratica fu presto associata alla delinquenza di strada e i capoeiristi schedati dalla polizia.
Con gli anni la capoeira si è lentamente trasformata da lotta di difesa ad arte marziale, ma per decenni la polizia di Rio cercò di sciogliere, catturare e controllare i capoeiristi locali equiparati alle bande criminali che si affrontavano in violenti scontri di strada.
Malgrado tutti i tentativi, tuttavia, fu impossibile soffocare quest’arte che continuò a sopravvivere ed a essere praticata in modo clandestino.
Solo nel 1932 la Capoeira fu depenalizzata e la prima accademia ufficiale fu aperta a Bahia con l’intento di imporre delle regole di disciplina atte a ripulire la cattiva immagine che riscuoteva nell’opinione pubblica.
Sport Nazionale
Nel 1974 la Capoeira è stata riconosciuta come sport nazionale brasiliano e si è trasformata in una pratica spettacolare.
I capoeiristi si dispongono in cerchio, accompagnati nel movimento dal suono del Berimbau. È il principale strumento musicale composto da un arco di legno con una corda metallica tesa, cui è fissata una zucca vuota e cava che fa da cassa di risonanza.
I danzatori, a due a due al ritmo e alla cadenza del suono, si confrontano con una tecnica unica e affascinante per molti versi simili ad una danza. I capoeiristi inducono negli avversari un falso senso di fiducia con un dondolio sulle gambe, mentre altri praticanti suonano altri strumenti a percussione e con il canto accompagnano i finti colpi scambiati all’interno della roda.
La Capoeira ha plasmato il paese e ha pervaso l’intera società, favorendo per secoli l’organizzazione collettiva e, promuovendo il cambiamento, ha ispirato l’unicità della cultura del Brasile.
Bruno Matacchieri
