Cenerentola, la fiaba per eccellenzaFoto da Pixabay di syaibatulhamdi

La famosa fiaba di Cenerentola si tramuta in capolavoro musicale tra le abili mani di un giovane Rossini. E il sogno diviene realtà

Nel mondo incantato del Rossini buffo e semiserio, Cenerentola è la fiaba per eccellenza. E, come tutte le fiabe, il lieto fine é scontato: il trionfo del bene dul male, della bontà sulla cattiveria.

La genesi di un capolavoro

Il librettista dell’opera, Jacopo Ferretti, si era ispirato a Cendrillon ou La Petite Pantoufle” (Cenerentola o La Piccola Pantofolaia) famosissima favola del francese Charles Perrault, 1697. E, in occasione della preparazione della nuova stagione d’opera al Teatro Valle di Roma per il Carnevale del 1817, furono proposti, dall’impresario Cartoni a Gioacchino Rossini, una trentina di soggetti da melodramma.

freemobi_ringtones-rossini-6255765 Cenerentola, la bontà in trionfo
Rossini- ph by Pixabay

Tutti scartati dal maestro, perché troppi seri o troppo complicati, o “non convenienti a virtuosi cui deve essere destinato”.

Stranamente, la proposta di Cendrillon fu invece subito accetta da Rossini e l’opera fu composta in solo ventiquattro giorni, confermando quel genere buffo cui doveva restar legata la fama del grande pesarese.

Una narrazione diversa

Le differenze tra la fiaba di Perrault e La Cenerentola di Rossini sono notevoli. Nell’opera manca infatti la componente magico-soprannaturale della fiaba.

La matrigna perfida, la fata madrina, il sortilegio che trasforma zucca, topi, ratto e lucertole rispettivamente in carrozza, cavalli, cocchiere e lacchè, non ci sono.

Il termine dell’incantesimo a mezzanotte, la scarpina perduta sulla scalinata del palazzo sono solo un ricordo. E la perfida matrigna è sostituita da un suocero avido e goffo, un barone che sogna gloria e prelibatezze, sotto il nome comico di Don Magnifico.

La storia dell’opera ruota su due personaggi buffi, Don Magnifico e Dandini, ma soprattutto sui protagonisti, Angelina (Cenerentola) e Don Ramiro (il Principe) che sostengono ruoli sentimentali e non comici.

Angelina è la tipica eroina sentimentale e patetica dove l’aspetto serio e quello comico si mescolano. È la protagonista al centro della scena, timida e dimessa, figlia della cenere che diverte grandi e piccini.

Ma poi Cenerentola risale la china in pochi tratti, con lo scatto e il lampeggiamento erotico dei suoi magici occhioni. Passa così dal focolare al trono.

L’umorismo di Rossini

Rossini trovava dell’umorismo anche nella favola e ne fa un’opera semiseria. Il simbolo Cenerentola viene italianizzato dalla comicità, come se tutte le questioni fossero spiegabili e conciliabili per mezzo dell’astuzia. Con qualche variazione, anche non secondaria rispetto al modello originario, Rossini trasporta nel mito la vicenda della ragazza bella, buona e sfortunata che, grazie all’amore del principe, si libera dell’oppressione delle sorellastre cattive e diventa addirittura regina.

A dare spessore e ambiguità nuove alla favola, c’è nell’opera un gioco ripetuto di travestimenti. Il Principe Ramiro si scambia di ruolo con il maggiordomo Dandini, moltiplicando lo scorno delle sorelle che si erano illuse.

Il suo precettore Alidoro, equivalente saggio della fata, appare sotto gli stracci di un mendicante. Non ci sono “miracoli”, la musica fa sì che il prodigio di quell’amore nasca solo dalla bellezza e dai buoni sentimenti.

La psicologia dei personaggi

Il significato psicologico di Cenerentola ruota attorno ad alcuni cardini principali. La perdita (abbandono) della madre determina un vuoto adolescenziale nella giovane fanciulla che rallenta il processo di crescita psicologica e richiede una maggiore forza interiore per elaborare il lutto.

La rivalità con le sorellastre non è altro che invidia ed esclusione sociale. Questa conflittualità, tutta al femminile, evidenzia una dinamica competizione tra donne che rafforza il concetto di come le donne debbano competere tra loro per ottenere l’approvazione e l’attenzione maschile.

Ma il punto cardine più importante è il “Complesso di Cenerentola” (Cinderella Complex), termine coniato dalla scrittrice e psicologa americana Colette Dowling.

Si tratta della paura inconscia della propria indipendenza femminile, associata ad una conseguente tendenza a dipendere da un’altra figura, quasi sempre maschile, per la propria realizzazione e protezione.

Viene a mancare nella donna l’evoluzione dallo stato di sottomissione ad uno di completa affermazione di sé. Indipendenza che si dovrebbe raggiungere attraverso un ascolto del proprio intrapsichico. Scatta quindi la necessità di essere salvata dal partner.

Un bisogno di trovare un “Principe Azzurro” che la porti fuori da una vita travagliata e che la renda felice trovando l’amore.

fbartondavis-ai-generated-8906673 Cenerentola, la bontà in trionfo
Generated Ai by Pixabay

Sognando il Principe Azzurro

Il potenziale partner viene idealizzato per soddisfare queste aspettative, è rappresentato come l’eroe che salva la principessa, confermando lo stereotipo dell’uomo come figura forte e protettiva.

L’ideale di femminilità è quindi la bellezza, la gentilezza e l’altruismo, uniche qualità che le sono riconosciute e che le permettono di riscattarsi dalla sua condizione di umiliazione.

Ma Rossini va oltre, dietro al messaggio positivo di bontà e perdono di questa storia, si può cogliere una sottile velatura di malinconia.

In un mondo aristocratico in decadenza, le false relazioni umane e gli angusti equilibri sociali offrono a Rossini un ghiotto bersaglio per ironizzarci sopra.

Il sarcasmo, si sa, nasconde sempre uno sguardo disincantato e un sottile atto d’accusa. Sotto il velo lieve del gioco, e, nonostante l’occasione carnevalesca per cui l’opera fu composta, traspare una pensosa morale che riconferma una sana fiducia nell’uomo. Anche se il mondo fa di tutto, come il patrigno di Cenerentola, Don Magnifico di Montefiascone, per confondere i valori e travestirne le esigenze.  

Bruno Matacchieri

Di Bruno Matacchieri

medico psichiatra, scrittore, esperto di opera lirica